Stipendi bassi e caro vita, il comparto scuola, con docenti ed ata, non arriva a fine mese.

Non è un semplice commento social, ma una vera e propria presa di posizione quella assunta dal Gruppo Scuola, Lavoro e Libertà, in un post pubblicato sul proprio profilo Facebook a commento dell’immagine che mostra quasi diecimila persone in fila a Milano per ricevere un pacco alimentare durante il periodo natalizio.

Nel post, Scuola, Lavoro e Libertà invita a guardare oltre la cronaca e ad interrogarsi sul significato profondo di una scena che non può essere considerata normale in una società che ama definirsi occidentale, moderna e civile. L’immagine è diventata il punto di partenza per una riflessione più ampia sullescelte politiche ed economiche che stanno incidendo sulla vita quotidiana di milioni di cittadini.

Pensionati, famiglie e lavoratori in difficoltà: anche i docenti fanno fatica ad arrivare a fine mese:

Uno degli aspetti principali analizzati nel post pubblicato da Scuola, Lavoro e Libertà riguarda l’identità delle persone in fila. Non si tratta, come spesso si tende a semplificare, dei “soliti senzatetto”, ma di pensionati, genitori, lavoratori poveri, persone che fino a poco tempo fa riuscivano a vivere senza ricorrere all’assistenza. Il gruppo evidenzia come l’aumento generalizzato dei prezzi abbia reso insostenibile anche la spesa alimentare, mentre stipendi e pensioni restano fermi, lontani da un ormai utopistico allineamento al reale costo della vita.

Costo della vita elevato, tra affitti, spese sanitarie e familiari

Nel post viene posto l’accento su un elemento spesso trascurato: tra chi oggi fatica ad arrivare a fine mese ci sono anche i docenti. In particolar modo, gli insegnanti precari o i neoimmessi in ruolo, con retribuzioni talmente basse da non riuscire a coprire le spese per l’affitto, i trasporti, le spese sanitarie e familiari. “Non ci si meravigli se a fare la fila ci sia anche qualche prof!!! – si legge nel post – O dobbiamo far finta che con uno stipendio da docente, soprattutto se neo immesso in ruolo, o peggio ancora precario, si riescano a coprire spese di alloggio, costi auto, spesa alimentare, spese sanitarie, spese di istruzione e formazione oltre che spese di vario altro genere per tutti i membri della famiglia? E questo nella migliore delle ipotesi. Se poi si lavora con le supplenze brevi o con lavori simili estremamente precari, oppure si è separati, divorziati o comunque soli, magari con figli a carico, è probabile che non sia rimasta nemmeno la forza per andare a fare la fila da “Pane quotidiano”!”.

L’emergenza non riguarda solo Milano:

Scuola, Lavoro e Libertà sottolinea come il disagio sociale sia nazionale: il costo della vita è elevato ovunque, le case non sono accessibili, la sanità non è gratuita per tutti e la precarietà lavorativa è diffusa in ogni area del Paese. Pensare che la povertà sia un problema “locale” rischia di diventare un alibi per non affrontare le cause strutturali. Scuola, Lavoro e Libertà, nel post, ha collegato la questione riguardante la povertà alle priorità di spesa dello Stato, evidenziando come, a fronte di una crescente fragilità sociale, si continui a ridurre l’investimento sull’istruzione pubblica e a sostenere il settore privato. Una scelta che, secondo il gruppo, rischia di colpire proprio i bambini e i ragazzi che vivono situazioni di disagio economico e sociale, privandoli di quello che dovrebbe essere il principale ascensore sociale: la scuola statale.

La riflessione proposta da Scuola, Lavoro e Libertà non si limita alla denuncia, ma solleva una questione di fondo: che tipo di inclusione sociale è possibile se si indeboliscono gli strumenti pubblici pensati per ridurre le disuguaglianze? L’immagine della fila per il cibo diventa così il simbolo di un malessere profondo, che non può essere archiviato come un episodio isolato. Un segnale che, come ricorda il gruppo nel post, invita a guardare al futuro con lucidità, perché “i tempi sono difficili, e rischiano di diventarlo ancora di più”.


FONTE: www.scuolainforma.it


 

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